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Serata in ricordo del maestro Paccini nel 65° dalla sua morte

In occasione del 65esimo anniversario della morte del Maetro Paccini , si è svolto a Bozzolo il giorno 9 Settembre 2010 un concerto evento presso la Sala Civica.

Nella prima  parte il prof. Antonio Quatraro (esperto tiflologo, presidente della UIC di Firenze oltre che valente musicista) ha tenuto una lezione sul tema della musica e la cecità. Di suguito il prof. Giuseppe Nicotra ha presentato lo stato di avanzamento dei lavori di trascrizione e ha fatto sentire alcuni frammenti orchestrali preregistrati.

Nella seconda parte dell'evento sono stati eseguiti due  quartetti d'archi : la "Suite all'antica"  e il Quartetto in mi maggiore del Maestro Paccini
Esecutori

Cesare Carretta: Violino
Cecilia Micoli: Violino
Monica Vattrini: Viola
Michele Ballarini:
Cello


Volantino anniversario 01
Volantino anniversario 02

INTERVENTO DEL PROF. ANTONIO QUATRARO

Quando mi è stato detto che avrei dovuto raccontare agli amici di Bozzolo il mondo che lo studio della musica apre al non vedente, mi sono chiesto quale interesse potesse avere una comunità locale, neppure troppo grande, per un problema che riguarda pochissime persone. E riflettevo come tenere attento l'uditorio, dovendo raccontare quella piccola Odissea che un bimbetto deve affrontare per diventare un bravo musicista: la difficoltà di trovare insegnanti preparati, una scuola che spesso allarga le braccia ed ammette di essere impreparata, e poi la fatica di imparare a memoria e soprattutto di mantenere i pezzi, i lunghi esercizi di tecnica, per sciogliere le dita, per ammorbidire il polso, per prendere i salti con precisione millimetrica. Tanto più che ormai in Italia i ciechi che studiano musica, come ho avuto la fortuna di poter fare io ed i miei coetanei ora “diversamente giovani”, siamo ormai una specie in estinzione.

Poi però, via via che la sala si riempiva, percepivo una atmosfera particolare, un'aria come profumata di una presenza che ancora oggi si fa sentire. Ho capito che Giuseppe Paccini lo sentite parte del vostro territorio e l'aria che si respira qui è profumata di quell'affetto che provate per questo personaggio che non c'è più da tanto tempo, ma che ancora oggi viene ricordato, coltivato, curato, coccolato, viene esplorato nelle pieghe dei suoi sentimenti, con la meticolosità che ci guida nel riscoprire uno di famiglia.

Come persona non vedente mi vengono in mente alcune riflessioni: Giuseppe Paccini non solo ha avuto la possibilità di mitigare le conseguenze derivanti dal suo deficit attraverso la musica, ma ha restituito a voi la gioia di ascoltare questa musica. Per noi ciechi che, per quanto bravi ed autonomi, abbiamo spesso bisogno di essere aiutati da voi (essere accompagnati negli ambienti a noi nuovi, o per ritrovare un oggetto che ci serve al momento, e mille altre piccole incombenze) ... Per noi, dicevo, ricompensarvi dando a voi la gioia di stare insieme e ascoltare, forse è davvero la soddisfazione più grande che possiamo provare. Aiutare gli altri è segno di forza, di potenza, perché quando io offro aiuto, dimostro che so fare più cose di te; la persona che ha bisogno di aiuto si trova in condizione di inferiorità, proprio perché ha bisogno dell'altro. Le parole per ringraziare certo sono un segno di riconoscenza sempre apprezzato, ma il poter “rendere” qualcosa, per noi è il migliore dei ringraziamenti, perché ci fa sentire come voi, ossia capaci di offrire, di dare, di donare a qualcuno. E quale dono più gradito che un brano musicale, nato magari in un momento di amicizia, o ispirato ad una storia umana conosciuta, o ad un sentimento condiviso! Questo è il miglior grazie che io possa dare.

Per me che come voi vivo tre o quattro generazioni dopo Paccini è un orgoglio, una gioia sapere che un non vedente è riuscito ad aggiungere un segno di vita ad un paese che ha una tradizione di vivacità culturale e soprattutto di solidarietà verso i meno fortunati o verso chi ama la verità ad ogni costo, come era un altro vostro grande concittadino, Primo Mazzolari!

Certamente un non vedente può toccare una bella statua, ascoltare una bella poesia, ma solo attraverso la musica può vivere appieno l'esperienza del bello. La musica quindi è l'uunica forma d'arte pienamente accessibile; qui non c'è bisogno di un aiuto esterno: la musica la si può ascoltare, e la si può produrre in piena autonomia. Ci sono ciechi scultori, certo, ma la scultura ha una forte componente visiva, oltre che tattile; la musica no: essa ha le sue radici nei suoni della natura, nel ritmo biologico (il cuore, il respiro), e non ha bisogno né di forme geometriche, né di parole, ed è per questo che non ha frontiere né spaziali né temporali.

Eppure la musica è anche una sorta di linguaggio, nel senso che è prima di tutto comunicazione (di sentimenti, di passioni, di desideri). In quanto forma espressiva quindi, come le altre forme espressive, anche la musica cambia con il mutare delle culture, degli uomini, e si lega a filo doppio con i fenomeni storici, culturali e naturali. Qui siamo vicini alle Alpi. I canti di montagna risentono dei paesaggi alpestri, con le loro sonorità, gli echi, l'austerità degli inverni magari: le canzoni campestri, o pastorali, o marinare, rispecchiano l'ambiente in cui sono nate.

Tutte le manifestazioni della vita individuale e sociale, se ci riflettiamo,  sono punteggiate, accompagnate dalla musica: tra quelle belle c'è la nascita, il matrimonio, e poi ci sono quelle che nessuno vorrebbe come la morte e la guerra. In ogni caso la musica c'entra sempre: dalle marce militari a quelle trionfali, a quelle funebri.

Determinati brani musicali si giustificano, almeno da un punto di vista formale, pensando a certi stili architettonici (le composizioni organistiche di Bach sembrano scritte espressamente per essere eseguite nella cattedrale gotica; le composizioni del Gabrieli a doppio coro hanno senso nella basilica di S. Marco a Venezia, e di questi esempi ce ne sono molti altri).

E anche fra forme musicali e movimenti letterari o pittorici esistono spesso interessanti analogie (Classicismo, Romanticismo, Impressionismo).

Vedete come la musica tiene unito il mondo: quello della natura (i suoni e i versi degli animali, del vento e della pioggia, del mare), i manufatti (le fontane, tutti gli strumenti musicali), la storia dell'uomo, la sua cultura. 

Tutti dànno per scontato che i ciechi sono più forti, più bravi, più virtuosi; dopo tutto, se la Natura ha tolto una cosa così preziosa, sarebbe pur giusto risarcire in qualche maniera. Però non è proprio così. È vero che un non vedente è più propenso all'ascoltare, però un buon udito non è sufficiente anche per essere un bravo musicista, così come non basta saper leggere e scrivere per essere Dante o Petrarca: ci vuole anche un'educazione, che sia tempestiva (ossia che arrivi al momento giusto, né troppo presto perché sarebbe inutile, né troppo tardi), adeguata (che tenga conto delle potenzialità e dei limiti del ragazzo), competente (ossia non improvvisata).

Quindi fin da bambino il non vedente viene, o meglio così dovrebbe essere, accompagnato allo studio della musica, sia attraverso l'educazione dell'udito, che serve a discriminare i suoni, ossia a sapere cos'è che produce quel suono, da dove proviene il suono, sia a legare un'esperienza uditiva alla esplorazione motoria perché è attraverso il movimento che un non vedente conosce la realtà. Solo toccando le cose, vivendo dentro a quello che ci circonda noi non vedenti conosciamo. Non vedendo dobbiamo compensare la mancanza di questo senso di cui spesso si sottovaluta l'importanza, attivando tutti gli altri sensi, e trovando anche accorgiemnti e trucchi. Un esempio: per noi il pavimento su cui si cammina è molto più importante di quanto non si pensi: un pavimento soffice può essere tappeto persiano, ma anche moquette, o prato, o neve, a seconda del “contesto” )(temperatura esterna, rumori circostanti, il trovarsi in un ambiente chiuso o aperto, ecc.). Questo per dirvi che, come si dice, noi dobbiamo fare di necessità virtù, e fare molto pur avendo meno.

Certo, questa fissazione del toccare tutto il possibile qualche volta dà fastidio: nei musei per esempio protendiamo le mani alla riceerca di qualsiasi elemento, fosse una colonna, un fregio, la maniglia di un portale, insomma particolari per voi di nessuan importanza. Perché anche da un dettaglio si può ricostruire un pezzo di cultura, certamente sostenuti dalle spiegazioi della guida.

Tornando al nostro argomento, vorrei sottolineare un apsetto spesso trascurato: si pensa che studiare la musica sia importante perché musica è creatività, espressione di sentimenti, e questo resta vero. Ma lo studio della musica è importante anche perché favorisce lo sviluppo di moltissime sfere della persona. Pensate solo alla grande manualità che occorre per suonare alla perfezione o anche solo in maniera accettabile uno strumento sia esso un pianoforte, un violino o una chitarra. Voi potete vedere i tasti, li toccate e poi suonate. Noi non li vediamo e non è sempre possibile toccare tutti i tasti prima di suonarli. Quando ci sono i cosiddetti “salti”, sul pianoforte, sull'organo, occorre la massima precisione nei movimenti, nel tocco. Paccini, come quelli che hanno studiato la musica seriamente, è un esempio di costanza, tenaciam, pazienza, concentrazione, memoria ed intelligenza. La musica insomma forma anche il carattere.

Lo studio della musica inoltre sviluppa moltissimo anche le abilità logiche e quelle di ragionamento. Recenti studi anche di neurofisiologia hanno riscontrato che il pensiero musicale, o meglio il pensare in suoni è una forma di pensiero molto più evoluta di quella logico-scientifica, perché  si tratta di una forma complessa di pensiero: un brano polifonico, un brano contrappuntistico richiedono operazioni mentali estranei alla logica lineare tipica del ragionamento causa-effetto.

La musica è anche numero, ordine, e operazioni pre-logiche o aritmetiche trovano un riscontro musicale: cantare una canzone di N strofe equivale alla moltiplicazione; suddividere le parti fra 2, 3, 4 gruppi (voci) richiama il concetto di divsione; forme come il cànone, dove le voci si inseguono senza un punto finale, richiama il concetto di circolo.

Queste considerazioni spiegano come per i ciechi la musica abbia anche una funzione “euristica” (Heurìsko” in greco significava “trovare”, “scoprire” (“Hèureka!” di Archimede). Effetti tipicamente visivi, come la sfumatura, il chiaroscuro, il contrasto cromatico, oppure la stessa prospettiva, possono trovare analogie in campo musicale. Il timbro degli strumenti può rappresentare il colore delle cose. NNon dico che i ciechi vedono i colori attraverso i suoni, ma è ben vero che noi non vedenti possiamo farci una idea delle emozioni, dei sentimenti che suscitano in voi vedenti i diversi colori. Un suono che sfuma, o si allontana, perdendo così la chiarezza dei contorni, può ben rappresentare il vostro effetti di prospettiva.

Queste immagini vengono proposte ai bambini, non soltanto perché imparino la musica, ma perchè imparino anche quello che non potrebbero mai vedere.

Tutto quello che Paccini e noi non vedenti suoniamo lo dobbiamo imparare prima a memoria. Voi direte che anche un vedente impara a memoria, ma dopo cento e più volte che l'ha suonato, noi invece dobbiamo prima memorizzare e poi suonare. E memorizzare è nulla! Il più è ricordare, a distanza anche di qualche anno ciò che si è mandato a memoria. Pensate che l'esame di ottavo anno di pianoforte, consiste, fra l'altro, nell'eseguire uno studio dal “gradus ad parnassum” di Clementi, un preludio ed una fuga dal “Clavicembalo ben temperato” di Bach, sorteggiati fra 23 studi e 24 preludi e fughe”, e per preparare l'esecuzione si ha tempo 24 ore, quindi, se uno non ha memorizzato ed esercitato i brani sorteggiati, può pure tornarsene a casa.

Eseguire un pezzo a memoria richiede attenzione, prontezza di riflessi e capacità di assumere decisioni rapidamente, perché opuò capitare di deconcentrarsi per qualche istante e di “perdere il segno”, come si dice; in casi del genere c'è da sperare che non tutto il pubblico sia esperto musicista e, come dire, “coprire il buco”.

Paccini per comporre i suoi pezzi probabilmente utilizzava uno strumento che consisteva di una tavoletta scanalata (come questa che ho qui), e un punteruolo. Lo spartito Braille non ha pentagramma, perché la notazione musicale Braille è una notazione sostanzialmente lineare, come lo era la notazione precedente alla nostra, inventata da Guido d'Arezzo.

Nota, un segno dopo l'altro. Immaginate quanto tempo occorreva, senza dire che correggere uno spartito Braille è molto più complicato e il risultato non è sempre chiarissimo, perché la carta con il tempo perde di elasticità e diventa più difficile la lettura o la decifrazione. Chi ha ricostruito le musiche del Paccini quindi ha fatto un vero e proprio lavoro di restauro, come si restaura un affresco danneggiato dal tempo o dalle intemperie. Anche in questo caso il restauro presuppone la conoscenza approfondita del linguaggio e dello stile dell'autore, rapportati allo stadio di evoluzione raggiunto dall'autore nel momento in cui ha composto il brano.

Ma come si presenta ora la situazione, rispetto agli studi musicali dei ciechi?

Le difficoltà maggiori nascono dal fatto che la scuola è cambiata in questi ultimi trenta-quarant' anni. Quella di oggi è una scuola veloce che bada più alla quantità, al tutto e subito, alla velocità. La musica però è esattamente il contrario. La musica è un ambito in cui non si può fare presto e bene, bisogna allenarsi.

Purtroppo oggi non si trovano insegnanti preparati e quindi è difficile che il bambino non vedente venga ben avviato agli studi musicali. Ci sono ancora molti pregiudizi su come possa fare un cieco a studiare, di come possa essere preciso…

Un'altra difficoltà del non vedente consiste nel fatto che lo spartito braille non evoca in nessun modo i suoni che esso contiene. Voi avete davanti agli occhi la rappresentazione visiva dei suoni: a colpo d'occhio voi cogliete la struttura del brano, ossia vi rendete conto se è monofonico o polifonico, se è denso di accordi, se contiene moduli ritmici complicati, e per voi è relativamente facile leggere soltanto le note, salnando legature, diteggiatura, dinamica, per una lettura a prima vista.

Tutto questo per noi non è possibile, almeno con le tenciche tradizionali, perché la lettura tattile è per necessità analitica, ossia si deve leggere un segno alla volta, i segni sono disposti come in un testo letterario semplice, ossia l'uno dopo l'altro. Immaginate quindi la fatica che dobbiamo fare quando si tratta di eseguire un brano nuovo, non conosciuto, magari di musica moderna, dove l'orecchio ci aiuta poco.

Per questi motivi oggi sono pochissimi i ciechi che in Italia e nell'Europa occidentale studiano musica, anche se  nei paesi dell'est la situazione è leggermente migliore, e c'è da prevedere che la tendenza negativa duri, a meno di fatti nuovi.

Per ridurre queste difficoltà è arrivata la tecnologia. Il team diretto dal professor Nicotra, nell'ambito di alcuni progetti europei a cui hanno partecipato varie istituzioni specializzate italiane ed estere, una fra tutte la Biblioteca per ciechi “Regina Margherita” di Monza, ha elaborato diversi programmi che servono ad avvicinare la musica al non vedente proprio attraverso il computer. In altri termini si trasferisce alla macchina quello che farebbe l'occhio. La macchina esamina lo spartito, lo analizza, lo rende più accessibile, esplicitando per esempio i nomi di tutte le note, dando la possibilità al non vedente di ascoltare lo spartito prima di leggerlo, in maniera che si faccia un'idea. Questi software permettono di scomporre il brano, di analizzarlo come se avessimo una lente di ingrandimento. A volte in una composizione ci sono accordi difficilmente decifrabili anche con un buon orecchio musicale, ad esempio musica tonale. In questo caso la macchina a comando del non vedente esamina l'accordo e lo scompone in tutte le sue parti. Questi programmi quindi possono aiutare il non vedente a svolgere in autonomia e con buona precisione gli esercizi richiesti dal normale curriculum nel campo dello studio dell'armonia, della composizione, oltre che facilitargli il compito in fase di memorizzazione.

La vostra comunità potrà davvero dare un impulso alla valorizzazione degli studi musicali per i ciechi, perchè per noi ritrovare la musica non dico che sia come ritrovare la vista, ma è andarci molto vicino e se farete questo farete sicuramente un servizio non solo ai ciechi italiani, ma di tutto il mondo.

Grazie
Prof. Antonio Quatraro

Presentazione Lamberti
Presentazione Quatraro
Presentazione Bertoni
Opera
Quartetto